| Articolo aggiornato il 26.06.2006 INTERVISTA |
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Intervista al PROF. VITTORI cortesemente offertaci da GIAMBATTISTA GHERARDI a casa della FAMIGLIA PETENZI il 26 giugno 2007.Il professore è passato da Bergamo. Una visita veloce, come si addice a Carlo Vittori, l'allenatore che tutti gli appassionati ricordano per essere stato il “creatore” del fenomeno Pietro Mennea. Sta tenendo una serie di incontri e conferenze in alta Italia, nei quali racconta la sua grande esperienza di allenatore di atleti che hanno gareggiato e vinto ai massimi livelli mondiali. Oltre a Mennea infatti bisogna ricordare fra gli altri anche Marcello Fiasconaro, Donato Sabia e Piefrancesco Pavoni. Allenatore e esperto di velocità, il Prof. Vittori (classe 1931) è stato olimpionico di atletica leggera a Helsinki e campione italiano assoluto dei 100 metri piani nel 1952 e1953. Negli anni sessanta ha iniziato la sua collaborazione con la Federazione come responsabile nazionale per il settore salti e corse veloci e come Direttore tecnico della scuola di Formia dal ‘78 all‘86. Ha insegnato Tecnica e Didattica degli sport individuali presso la Facoltà di Scienze Motorie dell'Università di Tor Vergata ed è attualmente responsabile dei corsi di formazione dei tecnici allenatori per le categorie giovanili in seno alla FIDAL. Fra gli incontri in calendario in questi giorni quelli con gli esperti del Politecnico di Milano e dell'Università di Pavia: sul tappeto le problematiche ancora aperte nei sistemi di allenamento e verifica, che potrebbero trovare risposte nel mondo della bioingegneria. Anche il passaggio da Bergamo di Vittori non è casuale: è infatti consulente di rilievo dell'attività agonistica della Easy Speed 2000 di Torre Boldone, creata da Riccardo Longinari sei anni fa, che annovera fra le proprie fila un gruppo di giovani atleti dediti alla velocità. Il lavoro di questi anni ha prodotto un gruppo numericamente ristretto (una decina di atleti in tutto) ma altamente qualificato. Il lavoro della Easy Speed 2000 (fra i consulenti anche il prof. Ennio Preatoni) è votato all'élite, all'ottenimento delle massime prestazioni attraverso uno studio specifico degli atleti, della loro evoluzione. Un'alta specializzazione insomma che può essere la chiave di volta per ottenere un rilancio dell'atletica ad alto livello. Un'esperienza simile, nel settore salti in elevazione, è stata portata avanti a Caravaggio e i risultati di Andrea Bettinelli ed Elena Scarpellini sono una conferma lampante del buon lavoro svolto. La chiaccherata con Carlo Vittori si svolge a Costa Volpino, ospiti dei signori Fausto e Margherita Petenzi, genitori-dirigenti che seguono con passione l'attività della società. Professore, il sito della FIDAL segnala nel curriculum di Mennea alcune esperienze da mezzofondista e addirittura da calciatore. Allora un campione di alto livello si può “creare”? “Si tratta di dati statistici assolutamente irrilevanti, un campione cresce con l'allenamento, adeguato e metodologicamente corretto, ma c'è una base di partenza essenziale. Da un brocco si ricava un campione soltanto con il doping, e purtroppo è quello che è successo”. Il doping è la piaga dello sport moderno? “Senza dubbio. Non mi spaventano i casi che negli ultimi anni sono finalmente emersi (non solo riguardo ad atleti, ma soprattutto rispetto ad allenatori e dirigenti), temo piuttosto la cultura del doping in quanto pratica diffusa. Si è cominciato con i brocchi, che hanno “sorpassato” i campioni. Questi ultimi, stante l'inerzia di chi doveva controllare, si sono sentiti in diritto di adeguarsi. E' partita una spirale perversa. Se ricordiamo il caso della tedesca Krabbe (la più bella velocista del mondo) abbiamo un esempio del fondo che abbiamo toccato: si sostituirono le sue urine con quelle dell'allenatore a un controllo a sorpresa. Sembra una barzelletta, ma avveniva ai massimi livelli mondiali”. E' matura una definitiva “questione morale”, come pare profilarsi nel ciclismo? “E' difficile da dire, io resto pessimista. Viene avanti una generazione di dirigenti sportivi che è cresciuta sportivamente in anni funesti per quanto riguarda il doping. Il percorso da fare è ancora lungo, si deve ripartire dalla scuola e devono ritornare i tempi di dirigenti Onesti”. Il riferimento chiaro è all'epoca di Giulio Onesti, a capo del CONI dal primo dopoguerra sino al 1978. “E non dimentichiamo Bruno Zauli, segretario del CONI per tanti anni. Vera gente di sport!”. La discussione è amabile e serrata, Vittori arriva da Ascoli ma la simpatia richiama chiaramente anche le frequentazioni romane. La memoria è viva e i dati statistici precisi si incrociano con un poco di saggezza popolare. “Vengo da una famiglia dove fui obbligato a fare atletica. Avevo davanti l'esempio di mio padre (militare e saltatore in lungo) e quello dei miei fratelli maggiori. Non dimentico la saggezza di mia nonna: conosceva centinaia di proverbi ed erano vere perle di saggezza. Per i giovani atleti questi aspetti di rigore morale rischiano di essere “sorpassati”, ma sono alla base del cosciente impegno che l'atletica richiede”. Se la scienza aiuta lo sport, si tratta in ogni caso di doping? “E' possibile avvicinarsi allo sport pulito perseguendo con qualità il miglioramento delle proprie prestazioni, partendo da un'analisi scientifica dello status quo per poi rilevare, confrontare e indirizzare i dati e i progressi che l'allenamento determina sull'atleta. Un allenatore insegna a correre, a trarre il meglio delle proprie risorse, ma dobbiamo tenere conto di variabili a prima vista relative, ma importantissime: come e dove ci si trova nelle ore appena precedenti un grande appuntamento. Magari bisogna trovare la concentrazione per la finale olimpica nell'androne di uno spogliatoio o su un pulmino che ti porta allo stadio dal villaggio olimpico, che è a 40 chilometri di distanza . L'emozione non è necessariamente un fattore negativo, anzi deve essere la componente energetica decisiva”. Vittori ricorda i suoi collaboratori più preziosi, a partire da Preatoni e Castrucci. Di quest'ultimo spiega: “Era stato radiato dalla Federcalcio per aver colpito l'arbitro, ma fu comunque ammesso all'ISEF quando nacque nel primo dopoguerra. Aveva due mani enormi, quando le batteva alla scuola di Formia, sembravano la pistola dello starter. Ha creato un atleta come Stefano Tilli. Un chiaro esempio di esperienza e metodo, ma soprattutto di umanità”. I suoi ricordi “bergamaschi”? “Innanzitutto Vincenzo Guerini, il miglior primo staffettista di sempre in Italia. Non era dotato di una grande statura, ma riusciva a non andare mai “fuori giri” nella curva iniziale. Nel 1973 mise un grande spavento a Mennea, quando il tricolore dei 100 metri fu deciso solo al fotofinish. Mi ha fatto molto piacere, in un recente incontro, un suo dono tanto caro: una foto dei miei figli, da lui scattata tanti anni fa sulle gradinate della scuola di Formia. Un gesto di grande sensibilità che mi ha commosso. Bergamo poi è una città molto bella. Ricordo anche una passeggiata in viale Papa Giovanni, quando scoprii casualmente il ristorante Da Vittorio: una memorabile cena a base di ovuli e tartufo. E detto da un esperto della Bassa Marca come me, credetemi, è un complimento”. C'è speranza per il futuro dell'atletica? “Dove ci sono i giovani e dove c'è sport c'è sempre speranza. Lo sport è scuola di vita. Io credo che se la politica e gli interessi usciranno davvero dallo sport e torneranno a primeggiare la passione e il metodo tecnico otterremo grandi risultati. Morali, ma anche agonistici”. Giambattista Gherardi
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